di Simonetta Santamaria
Edizioni
Cento Autori, Napoli 2008
ISBN
978-88-95241-44-9
La Silenziosa è una villa su cui incombe una
terribile maledizione risalente agli antichi misteri egizi. Quando Sara decide
di riaprire quella casa, che era appartenuta ai suoi genitori, si ritrova a
piombare in un incubo senza via d’uscita. La maledizione torna a colpire
attraverso il suo terribile emissario, l’Ouroboros, il serpente del diavolo.
Dove il silenzio muore.
Dove può morire il silenzio? Non nelle case
infestate dalle porte scricchiolanti o negli antichi castelli dove aleggiano
ombre di vampiri, né nei cimiteri in cui si aggirano morti viventi richiamati
alla vita da qualche magico incantesimo. Il silenzio muore nell’uomo. E al suo
posto nasce una voce: la voce del Male.
Come nelle sue opere precedenti, la Santamaria non
si fa trascinare dal flusso sfrenato di una fantasia che rischierebbe di
mortificare il senso più profondo dell’horror ma dà al suo romanzo uno stampo
che ricalca le orme di Stephen King; l’autrice
preferisce i vivi ai morti, le lacrime al sangue, il silenzio alle grida.
L’oscurità umana è il fine, il divino Ouroboros il mezzo. Niente di surreale
accadrebbe, se gli uomini non lo permettessero.
È tutto suggellato da segreti e cose mai dette. I
personaggi se li trascinano dietro, con fatica, come se fossero anime infernali
condannate a portare con sé i peccati da espiare. E cosa c’è di peggio che
mantenere mortali segreti in un luogo dai confini ristretti dove tutti
conoscono tutti?
Pur essendo nato per dar man forte al romanzo,
Borgo Marina Piccola si staglia su un piano tangibile, accoccolato ai piedi di
un costone roccioso con la sinistra caratteristica di “respirare”, e Napoli fa
da sfondo, inconsapevole dell’orrore. Un luogo che potrebbe essere ameno e
perfetto come quei paesini privilegiati da un’estate infinita, e che invece
viene squarciato da due indelebili maledizioni: quella antica dell’Ouroboros,
un manufatto egizio controllato dal dio del Buio, e la maledizione di Sara che
ha il terribile dono di scorgere nei sogni quello che gli uomini sono incapaci
di vedere nella realtà.
“Dove il silenzio muore” toglie il respiro al
lettore proprio come l’Ouroboros fa con le sue vittime. Il ritmo incalza dando
allo scritto un taglio quasi cinematografico, i capitoli si fanno più brevi,
quello che deve accadere pare inevitabile quanto quello che è già accaduto. E
l’aria salmastra che traspira nelle pagine iniziali si fa sempre più rada,
soffocante, stantia. È ciò che accade all’aria di una casa rimasta chiusa
troppo a lungo. Come La Silenziosa.
Ogni capitolo è una voce a parte perché ogni
personaggio è solo con i suoi tormenti. E solamente al momento della
rivelazione le voci si uniranno, i personaggi si ritroveranno, i morti torneranno
a riposare e i vivi riscopriranno la vita. Se saranno capaci di scegliere.
Una storia fatta di storie, dunque, una voce
riempita di voci: e tutte alla fine si congiungono per riempire quel vuoto
lasciato dal silenzio.
(Lavinia
Petti)