Donne in Noir
di Simonetta Santamaria
Il libro “donne in nero” fu scritto
per la prima volta da Tano Scarpittezzu detto “scarpetta” dal suo amico
Eduardo. Era un catalogo delle sottovesti che la cognata indossava insieme alle
figlie in un postribolo di Ragusa e che costrinsero un reggimento di soldati
marocchini ad una lotta estenuante e trucida, che vide i militari battere in
ritirata: nessuno scopri mai come si slacciassero i
corpetti delle donne in nero siciliane e il generale Patton entrò a Palermo
prima di Montgomery.
Successivamente
fu scoperto, nella piramide di S. Pietro a Patierno un codice miniato che
parlava di donne nere; la pergamena, incisa con le unghie e remixata in studio
da un dj calabrese, divenne la colonna sonora di un cortometraggio di Pasquale
Argento, un medico degli Incurabili, specializzato in autopsie e zio del
regista Dario, che filmava le sue indagini e le rivendeva al mercato nero a
coppie di scambisti necrofili.
Poi, negli scantinati della villa
pompeiana di Edgar Allan Poe, furono rinvenuti i veri manoscritti
di un capolavoro “mai scritto” del maestro sulle donne. Non furono mai
pubblicati perché l’editore, non riuscendo a leggere niente, penso
di essere diventato cieco e si suicidò immergendo la testa in un pentolone di
ragù.
In seguito, l’apparizione di
Simonetta Santamaria nei salotti letterari napoletani, fece scattare le sicure
di molte armi automatiche che gli editori napoletani conservano
nei cassetti delle loro scrivanie, tutte rigorosamente originali ed appartenute
a Raymond Chandler.
La Santamaria, che si è fatta le
“ossa” elaborando saggi sulla dieta mediterranea di Hannibal Lecter, ha intervistato
ultimamente l’imbianchino che ha riverniciato la porta di “Non aprite quella
porta” scoprendo che era solamente fresca di vernice.
Ora
esce con questa antologia, e il marito sbarra la porta
a tre mandate.
I primi tre racconti si leggono in un
niente, infatti io non li ho letti!
Nei
successivi il teorema dominante non è lo spazzolino da denti ne
gli spaghetti alla pescatore (i pescatori non hanno vita lunga in queste
pagine).
E’ sicuramente un
libro di cucina pregevole, si passa agevolmente dal sanguinaccio di
marito al forno, al fegato d’amante con le cipolle. Ma è anche un trattato di
psicologia della crescita, con la scoperta che i bambini possono essere
risoluti e risolutivi nella ricerca dell’affetto; e la
piccola Laura affetta di tutto dal gatto alle sorelle, si ferma solo
nell’attesa dell’arrotino, che per fortuna, nei libri di Santamaria, arriva una
volta a settimana.
L’opera
è intrisa, oltre che di sangue come una macelleria equina, di sano moralismo, dico questo non per timore, ma solo nella speranza che vi
spostiate agevolmente per farmi passare dopo la lettura di questo foglio,
che minerà,
probabilmente, la mia vita per sempre!
Francesco
Di Domenico