Interviste

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Simonetta Santamaria

a cura di Gennaro Chierchia

 

Vive e scrive a Napoli. Ha vinto l’undicesima edizione 2004 del premio Lovecraft col racconto “Quel giorno sul Vesuvio” (www.horrormagazine.it/racconti/1364), ha pubblicato l’e-book “Black Millennium” (www.latelanera.com/ebook/ebook.asp?id=73). A settembre è uscito il suo libro, “Donne in Noir” (Edizioni Il Foglio), una raccolta di racconti fatta di donne, undici donne viste at-traverso la propria metà oscura.

 

Quando hai cominciato a scrivere e perché?

 

Ho scritto il primo racconto a 13 anni, in piena estate, mentre i miei coetanei rifuggivano qualsiasi cosa che avesse pagine e i miei genitori si domandavano se fossi normale. Quattro ragazzi in vacanza nella tenuta del nonno di uno di loro scoprono una antica mappa del tesoro; da lì si dipanavano una serie di avventure rocambolesche… Roba da ragazzini, eppure dopo ci ho trovato molte analogie con i “I Goonies”, il famoso film della Warner Bros del 1985. Il perché non lo so, nacque come una pulsione irresistibile, così com’è sempre stato leggere. Sotto quell’ombrellone, riempire di parole un block notes risultò appagante; fu un po’ come sfiatare una pentola a pressione.

 

Ti sei subito cimentata nello scrivere storie horror oppure hai sperimentato altri generi letterari prima?

 

A parte questo “incipit” avventuroso, ho scritto anche (incredibile!) diverse favole e filastrocche molto graziose in collaborazione con i miei due figli allora bambini. E perfino un racconto umoristico sullo status di casalinga per forza pubblicato nell’antologia tutta napoletana “Quel sacripante del grafico si è scordato il titolo”, edita da Graus & Boniello. La vena umoristica ce l’ho sempre avuta, un modo per non prendere troppo sul serio le mie aberrazioni mentali. E poi, dulcis in fundo, scrivo per un settimanale femminile in cui racconto le esperienze di vita delle donne. Ma quelle sono altre storie…

 

Scrivi anche altri tipi di storie, hai in mente di scriverne in futuro?

 

A parte quelle che ho descritto, no, non credo. Ora vorrei mantenermi sull’horror, il mio genere preferito, quello che mi dà maggiore appagamento.

 

Il racconto che hai scritto che più ti ha soddisfatto – immagino “Quel giorno sul Vesuvio”, vincitore del premio Lovecraft 2004.

 

Certo, “Quel giorno sul Vesuvio” mi ha regalato un premio e un indubbio ritorno d’immagine, per così dire. Ma ogni racconto, a modo suo, mi soddisfa. Anche perché quando non mi piace qualcosa che scrivo, lo cancello senza pietà e lo riscrivo finché non è come dico io.

 

Sbaglio o è molto difficile scrivere una storia horror, cioè in grado di spaventare il lettore?

 

Sì. Credo sia tra le cose più difficili da fare nell’ambito della scrittura. Far ridere o commuovere è semplice se hai il senso dell’humour o del dramma. Ma spaventare, e non disgustare, bada bene, non è affatto semplice. Io non amo il genere splatter e faccio il possibile per non finirci dentro. Preferisco generare inquietudine e quando qualcuno mi dice “ma è impressionante!” allora vuol dire che ci sono riuscita.

 

Come costruisci una storia?

 

Da un nonnulla. Una frase, un luogo, un personaggio bizzarro, qualsiasi cosa capace di far scattare nella mia mente un’immagine orrorifica. Del resto, i miei orrori non sono molto distanti da quelli che siamo abituati a leggere sulle prime pagine dei quotidiani.

 

Perché a volte scegli di utilizzare il dialetto napoletano, che tra l’altro trovo azzeccato per l’horror e in racconti come “L’angelo del focolare”, “Crema di bellezza alle alghe marine” e nel sopra citato “Quel giorno sul Vesuvio”?

 

Per connotare maggiormente il racconto e i suoi personaggi, laddove il soggetto lo consente. Mi fa piacere firmarli Napoli per una sorta di orgoglio verso questa mia città spesso maltrattata. E poi è una maniera in più per dimostrare che non bisogna essere per forza americani per poter scrivere horror. Che poi in Italia è difficilissimo pubblicare, è un altro discorso.

 

A proposito della tua raccolta “Donne in noir”, perché proprio le donne?

 

Perché le donne sono più facilmente vittime di qualcuno o qualcosa. Un retaggio storico che ci portiamo ancora addosso. Come per gli altri, anche i racconti di “Donne in Noir” sono frutto di un particolare reale. Ed ecco perché le mie donne sono tanto inquietanti: perché potrebbero essere chiunque e dovunque: una vicina, la portinaia, la maestra dell’asilo, o magari una moglie, sì, proprio quella che dorme affianco a voi, nel vostro letto…

 

Quanto tempo hai impiegato a scriverlo e come hai scelto i racconti da inserire?

 

Un anno, tra nessi e connessi. In origine erano diciassette racconti. Poi, la mano implacabile del bravissimo Luigi Boccia, curatore della collana horror della casa editrice Il Foglio, ha deciso quali inserire. Lui è riuscito a creare un continuum stilistico e narrativo che io non ero riuscita a dare. Per me erano tutti figli, nessun figliastro.

 

Hai avuto difficoltà a trovare una casa editrice che ti soddisfacesse?

 

No, tanto tutte quelle a cui ho proposto di editare la raccolta mi rispondevano che non “pubblicano racconti di un singolo autore” ma che “avrebbero preso volentieri in visione un romanzo di genere”. E io il romanzo non ce l’avevo mica… Con Il Foglio avevo già pubblicato due racconti in altrettante antologie; Gordiano Lupi, direttore editoriale de Il Foglio, e Luigi Boccia sono stati gli unici che mi hanno risposto “vediamo che si può fare”. Loro non escludono mai niente a priori.

 

A proposito del concorso letterario Noir Story, dove sei arrivata seconda col racconto “L’amante”, avevi il racconto già pronto o lo hai scritto apposta? Come è nato?

 

“L’amante” è uno dei grandi esclusi da “Donne in Noir”: niente horror, soggetto originale ma che non si accordava con il resto dei racconti. Dunque se ne stava lì, nel mio pc, aspettando la sua seconda occasione. E Noir Story gliel’ha data. Nasce dal famoso concetto di Niccolò Machiavelli secondo cui “il fine giustifica i mezzi”: si può arrivare ad autogiustificarsi fino a concepire l’omicidio come sorta di punizione? E se poi il punito non fosse il colpevole ma l’oggetto del peccato? Leggere per capire!

 

L’ultimo libro che hai letto.

 

Ho alternato la lettura di “Serial killer italiani” proprio di Gordiano Lupi, un saggio molto esauriente sugli omicidi seriali di oltre un secolo, a quella di “Cime tempestose” di Emily Brontë. Ora inizierò “Genia” di Gianfranco Nerozzi. Nel mio piccolo cerco sempre di dare un contributo agli autori italiani.

 

Cosa pensi della letteratura su internet?

 

Che quando è gratis, e dunque fruibile da tutti, ben venga. I costi dei libri sono diventati quasi proibitivi, e con la nuova povertà generata dall’avvento dell’euro, ci si deve costringere a ridurne la quantità annua. Io che sono una librovora e spendo tutto quello che posso in libri, scarico molto da internet così posso leggere anche tra una cosa e l’altra, stando comodamente al computer. E poi la rete ti offre una visibilità globale, cosa che il libro cartaceo, se non è ben distribuito e sostenuto da un serio battage pubblicitario, non riesce a darti.

 

Progetti futuri?

 

Sto provando a terminare quel famoso romanzo tanto richiesto da quegli editori di cui sopra… Scherzi e utopia a parte, ci sto provando, anche se con grande sforzo. Ormai credo di essere padrona della tecnica e del linguaggio del racconto, ma scrivere un romanzo è tutta un’altra cosa. Perciò finisce che due righe scrivo e tre ne cancello. Ragazzi, non è mica facile soddisfare un appassionato di horror!

 

Intervista rilasciata il 28 novembre 2005.


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