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Santamaria: Nel Maine sulle tracce di King

La scrittrice horror ha visitato i luoghi dell'autore cult di cui ammira la tecnica
Ogni sua opera è un viaggio in una dimensione in cui la fantasia si mescola con la realtà, un percorso nelle tenebre attraverso le paure quotidiane che accomunano tutti. A conclusione di un reading dalle atmosfere "noir" tenutosi alla vigilia di Halloween al Penguin Cafè di Napoli, il Denaro intervista sulle sue esperienze di viaggio una delle protagoniste, Simonetta Santamaria, giornalista e scrittrice horror di successo, definita dalla critica "lo Stephen King napoletano".
Valentina Sanesi

"Le tenebre cancellano colori e certezze e rivelano ciò che la luce nasconde….buon viaggio qualunque cosa voi siate". E' il messaggio che apre il suo sito web. A che cosa si riferisce?
E' semplicemente la frase di chiusura di "Twilight Zone", una serie tv "cult" di quasi cinquant'anni fa, mandata in onda anche in Italia come "Ai confini della realtà". Mi sembrava adatta per invitare il lettore a intraprendere, attraverso i miei racconti, un viaggio nel "buio", una dimensione intrisa di incertezza, che evoca atmosfere misteriose, e di cui tutti almeno una volta hanno avuto paura.
In quale dimensione si trova a viaggiare il suo lettore quando sceglie di vivere un'avventura attraverso le parole e le emozioni di Simonetta Santamaria?
In una dimensione parallela, sospesa fra reale e soprannaturale, pensata come la struttura del Dna, in cui le due eliche si intrecciano indissolubilmente in maniera naturale. E' così che concepisco i miei romanzi, senza ricorrere all'uso di mostri che appartengono alla tradizione popolare classica, come i vampiri. Quando scrivo, in genere, cerco di descrivere situazioni possibilistiche, estrapolo una paura comune a tutti, come quella del buio appunto, che appartiene alla quotidianità, e la condisco con elementi più che altro ascrivibili al genere noir, oggi molto assimilato all'horror.
Finora ha scelto le mete dei suoi viaggi seguendo le tracce delle firme horror d'oltreoceano, o piuttosto visitando luoghi che la ispirano nella scrittura, che suscitano a lei per prima un'emozione tale da riuscire a trasmettere al lettore una sensazione reale?
Amo molto viaggiare, e non ho mai scelto una meta lasciandomi condizionare dalla mia professione. Ma è ovvio che ogni viaggio è un'esperienza importante, che apre nuovi orizzonti e fornisce interessanti spunti anche per scrivere libri. L'unico itinerario che ho intrapreso "sulle orme" di qualche scrittore horror è un affascinante viaggio nel Maine a Bangor, per visitare i luoghi Stephen King – lo scrittore cui più mi ispiro per tecnica e genere - in cui abita e che utilizza come sfondo per i suoi scritti "inquietanti".
Altri viaggi interessanti?
In Alaska, una terra che fa parte del mito degli Stati Uniti d'America, territori che suscitano in me sempre una certa sensazione di inspiegabile familiarità, sulle tracce degli avventurieri, in un viaggio indietro nel tempo fino all'epoca della "gold rush", la "corsa all'oro".
I suoi romanzi dove sono ambientati?
Ispirandomi al grande Stephen King, anche io ho utilizzato come scenario per tutti i racconti, la mia bellissima città, ad eccezione di uno: "Una lunga Autostrada", del 2004, ambientato per "esigenze di copione", negli Stati Uniti. In questo romanzo volevo raccontare di un'autostrada molto ampia e lunga, in cui fosse, appunto, plausibile, che il viaggiatore di turno potesse farsi "prendere" dalla paura di essersi perso in una dimensione parallela: ho dovuto giocoforza scegliere l'America.
E' scontata, invece, l'ambientazione napoletana in "Un giorno sul Vesuvio", vincitore nel 2007 del premio Lovecraft. Oltre al Vesuvio quali sono i luoghi che consiglierebbe di visitare a chi volesse intraprendere un "itinerario del terrore" attraverso la città di Napoli?
Napoli è la mia città, per questo mi regala sensazioni uniche che poi trasmetto al lettore. In "Un giorno sul Vesuvio", del 2005, come anche nel mio ultimo libro uscito a luglio di quest'anno - "Dove il silenzio muore" in cui mi invento un borgo immaginario, "Borgo Marina Piccola", nei pressi di Posillipo – riprendo i miei luoghi e li trasformo, se necessario, per renderli dei perfetti palcoscenici "da brivido".
Perché dice "se necessario"?
Napoli già così com'è è l'ambientazione perfetta per un racconto di questo genere. La sua luce un po' tetra al tramonto, i suoi colori, i suoi spazi bui e ristretti - soprattutto nella zona del centro - sono una continua fonte di inquietudine per me, e quindi di ispirazione per il mio lavoro. E poi la nostra è una città ricca di storia, di cultura, di "credenze" e di luoghi "sinistri" come la Cappella San Severo, la Napoli Sotterranea, gli antichi palazzi del centro storico, alcuni dei quali legati a leggende che parlano della presenza di fantasmi. Per me scrivere è anche un modo per comunicare un'immagine differente, positiva anche se tenebrosa, di una città additata troppo spesso come esempio negativo, "abbellendola" con affascinanti racconti ricchi di evocazioni storiche e di superstizioni tipiche della tradizione popolare locale. Attraverso i miei romanzi parlo della parte "viva" di Napoli. Il mistero qui è dappertutto, indispensabile è, piuttosto, avere l'occhio e lo spirito giusto per saperlo vedere.


del 06-11-2008 num. 207
 

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