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venerdì, 05 marzo 2010


vampirisantamariaBenvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni: descriviti come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

"Sono nata libera. Anche se mi volevano incatenata ad un’esistenza che non mi apparteneva, io ero libera dentro, nell’anima. Un’anima non la puoi incatenare.” E “Non vivo più nell’angoscia del Purgatorio, mi sono rassegnato a un’esistenza da medio peccatore e morirò contento di esserlo stato. Male che vada finirò all’Inferno e so che lì sarò in ottima compagnia.” Salve a tutti, amici di Liberi di Scrivere! La prima frase è tratta dal racconto “Nata libera” pubblicato nella mia raccolta “Donne in Noir”, e direi che mi calza a pennello. La seconda è tratta dal racconto “Una foglia, un sasso, un fiore giallo” pubblicato in volume con il più famoso “Quel giorno sul Vesuvio” vincitore del premio Lovecraft. Rispecchia molto il mio modo di vedere la vita, la morte, la fede.  

Parliamo dei tuoi esordi. Come ti sei avvicinata al mondo della scrittura? È una passione che hai sempre avuto o è nata all’improvviso?

Scrivere è venuto subito dopo la passione per la lettura. Ho imparato a leggere presto e presto ho iniziato a divorare libri, a cominciare da Salgari. Il primo manoscritto d’avventura l’ho prodotto a 14 anni, con tanto di illustrazioni. In seguito è arrivata la passione per il giornalismo e le favole, poi lo stop per dedicarmi a crescere i miei due figli che mi ha dato la possibilità di resettarmi e cominciare a convogliare le idee su un unico fronte. Da quando ho rimesso a fuoco l’obiettivo, non ho più smesso. E ora ho due splendidi figli di 22 e 21 anni: la storia migliore che possa mai scrivere.

Come è il tuo metodo di scrittura? Scrivi di getto, fai molte stesure?

No, macché. Ho una scrittura lenta, purtroppo. Finché una frase non mi dà quello che ho in mente in termini di sensazioni e di emozioni, non schiodo. Parlo pure con lo schermo per sentire l’effetto acustico di ciò che scrivo…

Scrivi horror, ami mettere a nudo il lato oscuro che alberga in ognuno di noi. Pensi che l’horror sia una dimensione del reale?

Certo. Tutto intorno a noi è Paura, quella vera, che quotidianamente minaccia noi e i nostri cari. Leggere una storia horror invece dà sì quella dose di paura che lo avvicina al realismo ma anche la tranquillità che tutto resta racchiuso in quelle pagine, nulla può venir fuori e farci del male. In un certo senso l’horror è salvifico, esorcizza le angosce.

Dove trovi ispirazione per le tue storie? Anche solo aprendo un giornale o guardando la televisione di spunti horror ce ne sono tantissimi. Horror è più realtà o fantasia?

Un buon 50 e 50, direi. Prendo una situazione reale, la metabolizzo, la manipolo e la restituisco condita di quella necessaria dose di fantastico che alla realtà manca. Gli spunti si possono trovare ovunque, basta avere l’occhio attento e soprattutto… predisposto.

Nel mondo della letteratura le donne che scrivono horror si contano sulla punta delle dita. A bruciapelo mi viene in mente Mary Shelley creatrice di Frankestain e poche altre. Pensi che per una donna sia più difficile fare paura o dipende dalle attitudini di ognuno?

Perché per scrivere horror devi avere una vena di sangue nero che ti circola dentro. Forse la donna non è geneticamente predisposta a pensare in nero, la tendenza è più verso la narrativa classica, intimistica. Noi scrittori horror invece abbiamo la capacità di vedere il macabro dappertutto, pure a una festa di bambini. Ed è una capacità di cui vado fiera, lo confesso.

Dammi la tua personale definizione di “femminismo”.

Riuscire a dimostrare le nostre capacità in un mondo che vede ancora oggi una netta supremazia maschile. Ma non sono “femminista” nel senso dissennato del termine, non potrei perché in me esistono delle peculiarità che sono nettamente maschili. Mi piace sentirmi diversa, sono stata sempre attratta da quello che facevano i maschi, e imitarli era anche un modo per distinguermi dai miei simili tutte tette e shopping a cui non mi accomuno: guido la motocicletta, porto sempre un teschio con me, che sia un anello, una cintura o una spilla,  in palestra faccio attrezzistica con gli uomini e ho praticato il judo. In famiglia sono l’unica donna, pure il gatto è maschio, e sono strafelice di avere due figli che si dicono fieri di questa mamma un po’ speciale. Con loro ho un ottimo rapporto, oggi anche di collaborazione: infatti per il mio “Vampiri” Fabrizio ha disegnato alcune delle creature più strane del loro folklore e Adriano ha curato il graphic design del libro. Inoltre sono due musicisti di grande competenza, studiano musica da 13 anni e hanno un gruppo progressive metal, i Five Sided Room, le cui melodie accompagnano molte delle mie fantasie. Anche mio marito Diego, che è chirurgo, è coinvolto nei miei progetti in qualità di “consulente macabro-scientifico”: il poveretto spesso si sente domandare cose del tipo “ma se infilo una lama tra esofago e trachea…” e di conseguenza ha imparato a dormire con un occhio solo. Il gatto si chiama Byron, ha ereditato il nome da quello del mio romanzo “Dove il silenzio muore”, il che è tutto un programma.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

La descrizione degli eventi, più di tutto. Quando arriva un momento importante della narrazione mi eccito come un bambino di fronte al giocattolo nuovo: mi sistemo meglio sulla sedia, mi frego le mani, bevo un sorso della mia immancabile Pepsi e parto. La cosa più tosta sono i dialoghi, invece. È davvero difficile dare un’impronta autentica, mi è capitato di leggerne alcuni davvero improbabili perciò ne ho il sacro terrore. Ecco perché parlo con il mio pc, per “sentirmi”.

Quali sono gli scrittori horror che ami di più e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Be’, io da ognuno cerco di prendere qualcosa, e la mia “vampirizzazione” (tanto per restare in tema) avviene tutt’oggi. Ma sopra tutti metterei Poe, Lovecraft e il mio Maestro, Stephen King. Il suo modo di fare horror sfruttando la realtà è eccezionale, ed è a lui che io, con la debita deferenza, tendo ad accostarmi. È questo, il mio horror. Però mi piacerebbe citare alcuni dei miei superbi colleghi (e amici) horror writers italiani come Danilo Arona, Alan D. Altieri, Andrea G. Colombo, Claudio Vergnani, Gianfranco Manfredi, Luigi Boccia, Gianfranco Nerozzi, Valerio Evangelisti, Alda Teodorani. E se ho dimenticato qualcuno chiedo pietà e perdono. L’Italia è una grande madre di scrittori horror.

Ami presentare i tuoi libri? Raccontami un episodio particolarmente divertente o insolito che è successo da una tua presentazione.

Oh sì, tantissimo. Il contatto col pubblico mi gasa. Spesso mi piace abbinare dei brevi reading con la musica giusta per creare quelle certa aura inquietante, scelta e temporizzata a dovere grazie all’aiuto di mio figlio Adriano, un’enciclopedia musicale vivente. Bene: eravamo a piazza del Plebiscito per la presentazione dell’antologia Questi Fantasmi; sera, luci soffuse, atmosfera carica, io davanti al leggio appena illuminato. Parte la musica, tutto perfetto. Poi, una pausa. In quell’istante in cui tutto taceva il campanile della chiesa di san Francesco di Paola scocca i suoi cupi rintocchi. E nel contempo un refolo di vento porta via dal leggio il mio foglio. Se lo volevamo fare apposta non ci saremmo riusciti. Per fortuna ho recuperato foglio e tempi. Alla fine gli applausi si sprecavano, la gente ha pensato davvero ai fantasmi.

Parliamo della tua Napoli, ci sono luohi nella tua città che ami particolarmente, magari quando giunge la sera o c’è un particolare tipo di luce?

Il balcone di casa mia. Da lì si vede tutto il golfo, dal Vesuvio a Posillipo: il castel dell’Ovo, via Partenope, Mergellina, la costiera sorrentina, e poi Capri. Ogni tanto faccio una pausa, mi affaccio e mi ricarico: non c’è posto più bello, credimi. Napoli è tutta lì, incantevole e scintillante, specie all’imbrunire. Anche lei, proprio come l’horror, è stata troppo etichettata e bistrattata. Io ne racconto perché vorrei sfatare gli stupidi pregiudizi che la vogliono sempre – e solo – grigia e sottomessa.

“Vampiri” (Gremese) è il tuo ultimo libro. Ultimamente si parla tanto dell’argomento, ci sono libri, film, manifestazioni. Raccontami in breve per te cos’è un vampiro? Domanda provocatoria. Credi che esistano sul serio o siano esistiti?

Esistono varie tipologie vampiriche, non pensiamo solo al classico Dracula con i canini aguzzi e la bella donna pronta a cedergli il collo. Siamo tutti un po’ vampiri, nella vita. Assimiliamo quello che ci circonda, nel bene e nel male. Anche noi scrittori potremmo definirci tali: succhiamo alla gente momenti, emozioni, e li facciamo nostri perché è quella la nostra sopravvivenza. Nel mio “Vampiri” non mi azzardo neppure a dire se queste creature esistono o meno. Non è mio intenzione deludere aspettative, distruggere convinzioni o convertire seguaci: la fantasia e una buona predisposizione verso tutto ciò che è a noi ignoto sono gli ingredienti basilari per il corretto approccio col mondo delle creature della notte.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura. Quale forma d’arte influenza più l’altra?

La letteratura il cinema, direi. Del resto la maggior parte dei film sono tratti da un romanzo. E poi la letteratura lascia ampio spazio all’immaginazione e alla creatività, campi ben fertili per sceneggiatori e registi. Il film invece è un prodotto più diretto: quello è, punto e basta. Tutto ha già un volto, lo scrittore non avrebbe niente su cui lavorare.

Raccontami il tuo segreto per fare paura. Come si fa a far si che il lettore chiuso il libro  guardi preoccupato sotto il letto e sobbalzi ad ogni minimo rumore nel buio?

Francamente? Non lo so. E non credo neppure che esistano ricette segrete in proposito. Per quel che mi riguarda cerco solo di immedesimarmi nel lettore che sono, prima che scrittrice, e utilizzare quegli elementi: che cosa voglio da un libro horror? Che non sia banalmente banale. Che mi incateni alla pagina. Che non spalmi la tensione in capitoli epici. E soprattutto che sia verosimile: l’eccesso di fantasy non mi piace granché (infatti i libri di King della serie La Torre Nera sono gli unici che non ho nella mia collezione). La tangibilità di una storia credo sia la chiave per far fare al lettore quel che dici tu, e pensare “so che non esiste, però…” Con L’Esorcista successe la stessa cosa: generazioni di adolescenti (tra cui la sottoscritta) terrorizzate per anni dalla penombra, dalla luce fioca di quella lampadina sul comodino di Regan, dal viso della ragazzina indemoniata che spuntava nel buio.

Che libro stai leggendo attualmente e quale è il più bello in assoluto che tu hai letto?

“Il sotterraneo dei vivi” di Preston e Child: davvero un bel duo, ogni loro libro è una piacevole sorpresa. Poi sono pronta con “L’estate di Montebuio” di Danilo Arona. Nonostante legga tantissimo non riesco a star dietro ai ritmi di uscita, allora cerco di darmi un certo ordine giusto per non farli invecchiare troppo sul mio comodino. Il libro più bello non esiste. Come ho detto, ognuno mi regala qualcosa, sarebbe un’ingiustizia citarne solo alcuni.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Giuseppe Cozzolino dell’associazione Mondocult, di cui mi onoro di farne parte, con cui tentiamo di far sì che i progetti di tutti si realizzino. Sergio “Alan D.” Altieri, per aver elogiato le mie capacità orrorifiche e aver ospitato il mio “Quel giorno sul Vesuvio”, vincitore dell’XI Premio Lovecraft, nel suo Giallo Mondadori. I tanti amici, scrittori e non, che mi supportano con affetto e pazienza. E, ultimi ma mai ultimi, mio marito e i miei figli, i miei supporters di prima fila.

Attualmente stai lavorando ad un nuovo progetto? Puoi parlarcene?

Tanti progetti, mica uno solo. Il più impegnativo è il sequel del mio romanzo “Dove il silenzio muore”: il bello è che non so ancora se e chi lo editerà perciò è doppiamente faticoso scrivere senza meta finale… Ma l’idea mi piaceva, i lettori me lo richiedevano e così mi sono lanciata. Approfitto per lanciare un appello: chi mi vuole adottare? E ora grazie a voi, amici di Liberi di Scrivere che ci concedete questi preziosi spazi, e a tutti i lettori che saranno arrivati alla fine di quest’intervista. E mi raccomando: attenti al Buio! www.simonettasantamaria.net


postato da: liberdiscrivere alle ore 09:01 | Permalink | commenti
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