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Undici

11 scrittori, 11 racconti, 11 opere d'arte contemporanea.


Undici

M. Chiara Di Domenico - 2011 - zerozerosessantadue 0062 - tecnica mista, stucco ad olio, pigmenti, grafite e collage su tela - 59x79 cm


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UNDICI
11 scrittori, 11 racconti, 11 opere d'arte contemporanea.

AA:VV (FrameArsArtes Ediizoni)


11 scrittori, 11 racconti, 11 opere d'arte contemporanea.


Undici nasce a Napoli, e undici è il numero di questa città che gli fu dato dopo la scoperta nell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte nel 1850 di una nuova stella: 11 Parthenope.
È un numero magico con tante declinazioni e buoni auspici.
Gli undici autori scelti sono personaggi che lavorano alle parole come pittori, alcuni intingendo la penna nella memoria, altri nei loro sogni visionari e sono distribuiti in un percorso da nord a sud, da Milano a Torino, scendendo a Roma, passando per Napoli per arrivare in Trinacria, a Catania.
Undici nasce come sperimentazione di commistione tra parole e colore.
Scelti undici autori del panorama letterario italiano, è stato dato a ognuno un’opera da osservare che non dovesse necessariamente ispirarli, sapendo però che quei dipinti avrebbero fatto da cover alle loro storie.
È uscito uno straordinario patchwork di racconti, con le opere frammentate attraverso le parole.

A cura di Paola Pozzi e Francesco Di Domenico
Opere di Chiara Di Domenico e Ahmed Al Safi


TERRA DI CASA

Ti resta addosso, la terra di casa.
Sedimenta nelle tue vene, stratifica nel cuore, nell’anima. Ti avvolge come un velo sottile e per quanto ti laverai, tenterai di scrostarti da dosso la polvere e la sabbia che ti gratta la pelle, non ci riuscirai. La terra di casa fa parte del tuo corpo. Se ne impossessa quando nasci e ti accoglierà quando morirai. La terra di casa non si lascia dimenticare.
La terra di casa ha colori, e odori, e sapori. Ha consistenza e spirito. La terra di casa è un ricordo indelebile che ti strugge quando ci vivi sopra, e quando sei lontano.
Anche ora, riesco a sentirla. Proprio qui, che mi secca il sudore e m’impasta la lingua, mi arde la gola. Mi abbraccio e cerco di raccattare un po’ di quella polvere che da bambini ci mimetizzava per quanta ne avevamo addosso. Te lo ricordi anche tu, amore mio? Il nostro villaggio, e tu, che eri così bella. Sei sempre stata la più bella. Non avrei potuto amare altri che te, fu quando vidi per la prima volta i tuoi grandi occhi scuri che lo capii. Eravamo bambini, è vero, ma l’amore nacque quel giorno, e negli anni ha messo radici, ha germogliato, e ti ha legata a me, per sempre.
Aiutami a ricordare, ti prego, ne ho bisogno. Prendimi la mano e sali con me su questa macchina del tempo che è la memoria, torna con me a quando tutto era bello come una magia, quando i fucili si usavano per cacciare le gazzelle nel deserto di Samawa, quando il fuoco si accendeva per arrostire il montone e non per bruciare le case, quando l’odore era quello delle cipolle rosse e non del sangue.